Un genitore al Campo Nazionale

Un genitore al Campo Nazionale
Quando è stato presentato in sezione il campo nazionale, è stato chiesto ai genitori se qualcuno avesse voluto contribuire come volontario alle attività che ne avrebbero permesso lo svolgimento. Io, genitore di un esploratore, con un’idea piuttosto vaga del mondo scout e ancor più vaga di cosa potesse essere un campo nazionale, diedi la mia disponibilità in maniera piuttosto superficiale, senza pensare a cosa poteva aspettarmi. A me si aggiunse anche Anna, la mia compagna, lei ancora meno cosciente di me di cosa poteva succedere. Poi, diversi mesi dopo, il primo agosto, siamo partiti per Vialfrè dopo avere accompagnato l’esploratore di cui sopra al pullman che l’avrebbe portato nello stesso luogo.
Nel frattempo avevamo saputo che saremmo stati addetti alla cambusa e che il campo era infestato dalle zanzare: mentre la prima notizia non mi destò nessuna preoccupazione, la seconda mi precipitò nel più nero sconforto. Avevo ragione e avevo torto nello stesso tempo: non avrei dovuto preoccuparmi delle zanzare (era stata fatta una efficacissima disinfestazione) mentre avrei dovuto, invece, preoccuparmi della cambusa, ma procediamo con ordine.
Quando siamo arrivati al campo, dopo essere passati dalla segreteria e avere montata la tenda, ci siamo presentati in cambusa, cioè un tendone di 20 metri per 40 dove decine di persone si stavano dando da fare per riempire casse di cibo che poi sarebbe stato smistato per i vari sottocampi. Era il primo giorno e c’era una comprensibile confusione, un po’ perché la maggior parte ne sapeva quanto ne sapevamo noi, cioè poco o nulla, e poi perché è stato il giorno in cui è stato consegnata la parte più consistente di viveri, cioè la dotazione generale per tutto il campo (condimenti, barattoli di marmellata, ecc.), oltre a quello che doveva essere consumato nella giornata.
Da lì è cominciata la nostra avventura al campo, che è stata bellissima, ma terribilmente impegnativa, perché significava alzarsi alle 5 di mattina (era ancora buio) per fare colazione assieme agli altri alle 5 e mezza, poi cominciare a lavorare alle 6 e andare avanti fino alle 7 di sera, con qualche pausa in cui si cercava di dormire da qualche parte. E’ stato bellissimo perché lavorare tutti insieme ad un progetto comune, anche se in condizioni difficili e forse anche proprio grazie ad esse, crea un clima di complicità e di condivisione che difficilmente si crea in una situazione “normale”, però, come dire, non avremmo certo protestato e forse avremmo anche accettato una minor intensità dell’esperienza, se ci fosse stato il doppio del personale e fossero stati istituiti dei turni che avessero permesso magari di alzarsi qualche volta addirittura alle 8 di mattina, per dire.
Detto questo, però, lo rifarei (forse anche Anna, anche se ha ancora adesso mal di schiena), si conoscono persone straordinarie con le quali si diventa subito amici e si vive in un clima che difficilmente, purtroppo, si crea nella vita ordinaria. Inoltre ci si rende conto di quanto lavoro c’è dietro le attività che fanno i nostri figli, attività che potrebbero forse (io ci spero) farli diventare come i giovani senior che abbiamo incontrato lì e che ci hanno incantato con i loro modi e con i loro sorrisi.
Alla prossima!
Mario Ivano Grossi