VdB Branco Fiore Rosso Fongara 2009 – Lettera di Artù

I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA

Gentil Messere,

Vi scrivo queste modeste righe in memoria di inenarrabili avventure

Un dì del settimo mese solare, 26 giovani cavalieri accettarono la mia convocazione al più grande Torneo Cavalleresco di tutti i tempi.

Ognun di loro avea la sua parola d’ordine, ognun di loro avea nel cuor grandi speranze,

ma giunti a destinazione scopriron la triste realtà…di Camelot non v’era più traccia.

Restavan solo Artù, la sua amata Ginevra, Merlino ed il suo fedele Anacleto.

Il giovane menestrello narrò loro la triste vicenda di Camelot rimasta senza Cavalieri,
e del suo Re rimasto senza corona.

Ai nostri Cavalieri fu chiesto di esser degni d’indossar le armature delle 5 Reali Casate di Camelot e divenire i Nuovi Cavalieri della Corte di Artù.

Essi accettaron di buon grado l’offerta misurandosi nei giorni a seguire in ardite prove di coraggio, virtù, forza, onore ma prima di tutto di onestà.

Il primo giorno di Torneo, ogni Real Casata costruì il proprio stemma e il proprio accampamento,  poi affrontarono duelli a cavallo con spada ed elmo.


Il secondo giorno percorsero lunghe e tortuose vie alla scoperta del reame e delle sue insidie.

Il terzo giorno combatterono dure battaglie d’acqua e misero a dura prova la loro pazienza in giochi di società.

Il quarto giorno cercarono di riportare a Camelot l’antica fiamma della città sfidandosi tra le cinque casate in cavalleresche prove e giochi in cui loro stessi eran pedine.

Il quinto giorno ci fu una strana visita…la Regina dei Ghiacci, a capo di un regno molto lontano, mise alla prova le loro conoscenze culinarie e naturalistiche

Ogni sera si servirono delle loro capacità mimiche ed espressive ed infine, il sesto giorno si cimentarono con le magiche pozioni di Merlino.

I più vecchi di loro sedettero alla Tavola Rotonda, con me ed i miei consiglieri.

Ognun di loro avea il suo posto, per ognun di loro feci incider, sulla tavola, una spada ma senza nome. Chiesi di guardare ai loro cuori e con la massima onestà lasciai a loro la possibilità di incidervi il nome. In seguito a meditazioni e chiarimenti alcuni scrissero a chiare lettere il proprio nome, altri lo fecero timidamente, altri ancora meditarono più a lungo.

In quel momento capii che avevo ritrovato i miei cavalieri, la fiamma di Camelot poteva tornare a bruciare e non si sarebbe mai più spenta.

Potevo nuovamente indossare la mia corona e onorare Excalibur.

Decisi, così, di celebrare l’avvenimento con un regal banchetto offrendo i maiali più grassi e croccanti; e gridammo tutti in coro: “Gloria ai Cavalieri della Tavola Rotonda, Gloria a Camelot!”

Ossequi a Voi

Vostra Maestà
Artù

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